p 195 .

Paragrafo 2 . Carpe diem.

L'otium.
     
L'"ozio"   nel mondo greco e in quello romano la condizione  degli
uomini  liberi, sottratti agli obblighi del lavoro  manuale;    la
condizione   indispensabile  per  realizzare   l'ideale   di   vita
contemplativa  che  caratterizza  tutta  la  filosofia  antica,  da
Eraclito e Parmenide al neoplatonico e pitagorico Giamblico(25).
     Gi  tra  i discepoli di Aristotele si era acceso il dibattito
sul  rapporto  fra vita contemplativa e vita attiva; Platone  aveva
sottolineato  la necessit di costringere i filosofi ad  affiancare
alla  contemplazione della Verit l'attivit politica  di  governo.
Nella   filosofia  dell'et  ellenistica  l'attivit  contemplativa
arriva   ad   assumere,  con  gli  scettici,   le   caratteristiche
dell'ascesi.
     Cicerone sente il bisogno di ridefinire l'otium, che  anche  a
Roma    diventato ascesi, fuga dalla vita associata  e  isolamento
individuale.  Catone  racconta che Scipione l'Africano  era  solito
dire  di  non  essere mai meno ozioso di quando  era  ozioso:  egli
infatti  si concedeva di quando in quando una vacanza per riposarsi
dalle  fatiche  delle pi insigni cariche pubbliche e,  durante  la
vacanza (otium), pensava agli affari pubblici.(26) Il momento della
riflessione,  dell'attivit  contemplativa,  deve,  per   Cicerone,
essere  sempre affiancato alla dignitas, che  data dall'assunzione
delle  proprie  responsabilit civili: ci che  pi  desiderabile,
per  un  uomo  di  buon  senso, probo  e  fortunato,    "una  vita
tranquilla e dignitosa (cum dignitate otium)"(27).
     
La poesia.
     
I  filosofi arcaici esprimevano i loro pensieri in versi. Il  poema
filosofico,  come  gi i poemi di Omero e di Esiodo,  conteneva  la
totalit  del  sapere.  L'uso della forma letteraria  del  trattato
filosofico  comincia  sostanzialmente con  gli  atomisti  e  con  i
sofisti,  quando  la filosofia avverte il bisogno di  utilizzare  e
descrivere   tecniche  e  cognizioni  particolari  (le   percezioni
sensibili, le cause dei fenomeni celesti o terrestri, la  retorica,
l'eristica,  eccetera)  e individua settori specifici  del  sapere.
L'uso  del  trattato  filosofico  si  rafforza  ulteriormente   con
Aristotele  e l'aristotelismo, quando viene definito  in  modo  pi
preciso  il campo delle singole scienze, e raggiunge il culmine  in
epoca ellenistica.(28)
     A  Roma, accanto ai trattati in prosa di Cicerone, vediamo che
la filosofia torna ad esprimersi in poesia: con il poema filosofico
di Lucrezio, ma anche con i versi di Orazio.
     
     p 196 .
     
     Non   questo il luogo per discutere il rapporto tra filosofia
e  poesia (o, pi in generale, arte), ma possiamo comunque porre il
problema.  Mentre  appare  "naturale" che  i  filosofi  arcaici  si
esprimano in versi, oppure riconoscere il valore "poetico" di molti
dialoghi di Platone, la produzione poetica successiva ha incontrato
non  poche  difficolt ad ottenere il riconoscimento di  un  valore
anche  filosofico. Ci sono comunque casi in cui questo  "valore"  
innegabile:  il  poema di Lucrezio o La Citt del Sole  di  Tommaso
Campanella(29),  ma  anche l'intera produzione poetica  di  Giacomo
Leopardi.
     
Lucrezio.
     
Poesia tipicamente filosofica  quella di Lucrezio, convinto che la
moderazione  e l'equilibrio soltanto possono garantire la  felicit
dell'uomo: non solo la pace individuale, ma anche la pace per tutti
gli uomini.
     L'Inno a Venere, con cui si apre il De rerum natura,  un inno
alla  pace:  non  possibile infatti, quando la patria    lacerata
dalle guerre, vivere con animo sereno.(30)
     Venere  pu  garantire  la fine delle guerre  che  travagliano
Roma, o almeno una tregua, ma la via al raggiungimento di una  pace
duratura per ciascuno e per tutti gli uomini  nell'insegnamento di
Epicuro.  E  cos, dopo l'Inno a Venere, Lucrezio pone,  all'inizio
del suo poema, l'Elogio di Epicuro,(31) il "Greco" che per primo ha
liberato gli uomini dalla superstizione.
     Visto il carattere della dottrina epicurea, e la fedelt  agli
insegnamenti del maestro nel corso dei secoli, Lucrezio non apporta
contributi   originali  all'epicureismo:  la  sua   grandezza   sta
nell'avere coniugato, nei 7500 versi del suo poema, la profondit e
la  complessit  della filosofia di Epicuro a un  alto  livello  di
espressione poetica.
     Eppure  gli argomenti trattati, quali la natura degli atomi  e
del  vuoto,  la  confutazione delle teorie  di  quei  filosofi  pi
antichi   che   avevano   dedicato  particolare   attenzione   alla
natura,(32)   la  descrizione  dettagliata  dei  meccanismi   delle
sensazioni,(33)  non sembrano i temi pi adatti ad essere  trattati
in  poesia.  Lucrezio  poeta, quindi,  in  un  certo  senso  supera
Epicuro:  la liberazione dalle passioni e dalle paure d  al  poeta
filosofo  la  serenit  che aveva anche il maestro;  ma,  dall'alto
della  sua tranquillit, raggiunta grazie alla filosofia,  Lucrezio
non  pu  non vedere, e quindi anche non condividere, la  tristezza
della maggioranza degli uomini che vagano sbandati a cercare la via
della vita.(34)
     
     p 197 .
     
     In quanto poeta, Lucrezio ci fa toccare con mano come la forza
liberatoria  e  rasserenatrice  della  ragione  -  di  cui  egli  
fermamente convinto - non possa cancellare in maniera definitiva  e
totale l'infelicit dalla condizione umana.
     
Orazio.
     
Se  si pensa che solo la poesia parli al cuore prima che alla mente
e  che sia "pi umana" della filosofia, allora, forse, Orazio non 
filosofo.(35)  Ma  se  si  pensa che  la  filosofia  sia  anche  il
tentativo continuo di dare una spiegazione e un senso all'esistenza
dell'uomo,  inteso nella sua globalit, "cuore" e "mente"  insieme,
allora anche Orazio  filosofo.
     Prima  di tutto egli  conoscitore della filosofia greca,  sia
di  quella  arcaica sia di quella del periodo classico  e  dell'et
ellenistica.  E forse proprio perch conosce la filosofia,  rifiuta
di  accettare - come aveva fatto anche Epicuro - un maestro,  o  di
identificarsi in una scuola.(36) Di fronte alla filosofia  che  non
pu  fare  a  meno  della  scienza della politica  (rerum  civilium
scientia)  e  che attribuisce valore assoluto al diritto  di  Roma,
egli  ne  preferisce un'altra, quella che sottolinea  il  carattere
provvisorio e relativo dell'esistenza umana e di tutte le cose: gli
di Mani, cio l'eternit della vita dopo la morte, sono favole; la
pallida  morte bussa imparziale alle misere dimore dei poveri  come
alle  ricche magioni dei potenti.(37) Fugaci scorrono  gli  anni  e
dovremo  lasciare la Terra, la casa, la moglie amata, e, fra  tutti
gli  alberi,  gli  odiati cipressi saranno  gli  ultimi  a  tenerci
compagnia.(38)
     "Non  chiedere,  non   lecito saperlo,  quale  fine  gli  di
abbiano  dato  a  me,  quale a te, o Leuconoe;  non  interrogare  i
calcoli  babilonesi. Quanto meglio accettare ci che  accadr,  sia
che  Giove  ti abbia assegnato molti inverni o sia l'ultimo  questo
che ora fiacca il mare Tirreno contro le opposte rocce; sii saggia,
spilla  i  vini  e recidi una lunga speranza in uno  spazio  breve.
Mentre  parliamo  sar gi fuggito il tempo invidioso:  afferra  il
giorno (carpe diem) e confida il meno possibile nel domani"(39).
     Quello  del carpe diem, del "cogliere l'occasione",  il  tema
forse pi famoso
     
     p 198 .

     di  tutta  la  poesia di Orazio,(40) ma non pu  certo  essere
identificato con l'invito a un'esistenza smodata, alla ricerca  dei
piaceri  fini  a se stessi: contro coloro che rincorrono  denaro  e
soddisfazioni  materiali  Orazio -  come  aveva  fatto  Lucrezio  -
riafferma l'equilibrio e la moderazione in tutto.
     Nonostante  il suo rifiuto di maestri e dottrine,    comunque
innegabile che abbia risentito dell'influenza epicurea.  E  quando,
alla fine della Satira quarto del primo libro, si definisce "lucido
e  grasso porco del gregge di Epicuro", ironizza sicuramente su  se
stesso,  ma soprattutto sull'immagine dell'epicureismo - diffusa  a
Roma dai nemici di quella dottrina - che voleva gli epicurei dediti
a ogni sorta di piaceri.

